BACKGROUND: The Clinica del Lavoro of Milan provided several contributions to industrial hygiene and occupational toxicology during the twentieth century. OBJECTIVES: Describe the first years of the laboratory of industrial hygiene of Milan through three figures who played a leading role: Enrico Carlo Vigliani, Nicola Zurlo and Gianmario Cavagna. METHODS: Scientific literature of the period 1948-1970 was investigated, also interviewing first-hand witnesses of that period. RESULTS: Enrico Vigliani was the first European scholar to understand the importance of a laboratory of industrial hygiene within his institution. Thanks to the support of private (Montecatini) and public (INAIL) institutions he succeeded in creating a laboratory in 1948. Nicola Zurlo, who directed this structure in the first thirty years, conducted innovative studies on chronic mercury intoxication, lead intoxication and silicosis, designing and creating instruments for capturing and analyzing atmospheric dust and protection devices. He conducted analysis of the health effects of organophosphorus insecticides and started to study the air pollution. Zurlo also provided an epistemological and methodological content to the discipline. Gianmario Cavagna, one of the first Italian toxicologists, contributed to the discovery of the origin of fevers caused by the inhalation of metal fumes and to the studies on the pathogenesis of byssinosis, hypothesizing a role of bacterial endotoxins in the genesis of this disease. CONCLUSIONS: The contributions provided by these three protagonists to industrial hygiene and occupational toxicology were relevant and made in those years the Clinica del Lavoro of Milan as a landmark, not only in Italy but also abroad.
BACKGROUND: The Clinica del Lavoro of Milan provided several contributions to industrial hygiene and occupational toxicology during the twentieth century. OBJECTIVES: Describe the first years of the laboratory of industrial hygiene of Milan through three figures who played a leading role: Enrico Carlo Vigliani, Nicola Zurlo and Gianmario Cavagna. METHODS: Scientific literature of the period 1948-1970 was investigated, also interviewing first-hand witnesses of that period. RESULTS: Enrico Vigliani was the first European scholar to understand the importance of a laboratory of industrial hygiene within his institution. Thanks to the support of private (Montecatini) and public (INAIL) institutions he succeeded in creating a laboratory in 1948. Nicola Zurlo, who directed this structure in the first thirty years, conducted innovative studies on chronic mercury intoxication, lead intoxication and silicosis, designing and creating instruments for capturing and analyzing atmospheric dust and protection devices. He conducted analysis of the health effects of organophosphorus insecticides and started to study the air pollution. Zurlo also provided an epistemological and methodological content to the discipline. Gianmario Cavagna, one of the first Italian toxicologists, contributed to the discovery of the origin of fevers caused by the inhalation of metal fumes and to the studies on the pathogenesis of byssinosis, hypothesizing a role of bacterial endotoxins in the genesis of this disease. CONCLUSIONS: The contributions provided by these three protagonists to industrial hygiene and occupational toxicology were relevant and made in those years the Clinica del Lavoro of Milan as a landmark, not only in Italy but also abroad.
La Clinica del Lavoro di Milano è sempre stata all’avanguardia in numerosi campi di ricerca, incluso quello dell’igiene industriale e della tossicologia occupazionale. Gli importanti contributi offerti in quest’ambito dall’istituto milanese nel corso del Novecento sono stati di recente descritti nel dettaglio in una pubblicazione dedicata (58). Secondo gli autori di questo lavoro, l’esperienza condotta in quegli anni nei laboratori milanesi può essere considerata esemplificativa del percorso storico fatto dall’igiene industriale e dalla tossicologia occupazionale a livello mondiale nello stesso periodo (58). Infatti, così come è accaduto nei più importanti centri internazionali, anche i ricercatori della Clinica si sono inizialmente concentrati sullo studio delle classiche intossicazioni di origine professionale (saturnismo, fosforismo, solfocarbonismo) per poi occuparsi della misurazione delle concentrazioni delle sostanze nei luoghi di lavoro e dell’individuazione dei loro valori limite, arrivando infine a trattare tematiche più ampie di tossicologia ambientale (58).L’obiettivo del presente lavoro è quello di analizzare i primi anni di vita del laboratorio di igiene industriale della Clinica del Lavoro di Milano, nato nel periodo del boom economico italiano. Si è scelto di descrivere questo periodo attraverso un diverso approccio rispetto ad una classica presentazione diacronica degli eventi, per la quale si rimanda alla già citata pubblicazione sull’argomento (38, 58). Il primo sviluppo del laboratorio di igiene industriale dell’istituto milanese viene qui raccontato attraverso l’analisi del contributo di tre figure che hanno avuto un ruolo di protagonisti in quegli anni: il direttore della Clinica del Lavoro Enrico Carlo Vigliani (1907-1992), il responsabile del laboratorio di igiene industriale Nicola Zurlo (1916-1990) e il tossicologo Gianmario Cavagna (1931-1970).
Enrico C. Vigliani e la creazione del laboratorio
Nonostante Luigi Devoto (1864-1936) avesse già compreso l’importanza della presenza di un laboratorio di chimica all’interno dell’istituto da lui fondato, il primo laboratorio moderno di igiene industriale nella Clinica del Lavoro fu creato da Enrico C. Vigliani (figura 1) nel 1948 (58).
Figura 1
Enrico Carlo Vigliani (1907-1992)
Figure 1 - Enrico Carlo Vigliani (1907-1992)
Enrico Carlo Vigliani (1907-1992)Figure 1 - Enrico Carlo Vigliani (1907-1992)Nominato direttore nel 1942, a seguito della morte improvvisa del suo predecessore Luigi Preti (1881-1941), Vigliani mantenne questa carica per trentacinque anni, fino al 1977 (60). Egli fu il primo scienziato italiano ed europeo a comprendere l’importanza della ricerca di laboratorio nel campo della medicina del lavoro e a promuovere studi pioneristici nell’ambito dell’igiene industriale e della biologia molecolare. I contributi scientifici di Vigliani furono innumerevoli in tutti i campi della medicina del lavoro, tra i quali è necessario menzionare quelli sulla patogenesi della silicosi con Benvenuto Pernis (1923-2011) e quelli sulle leucemie negli esposti a benzene con Alessandra Forni (9, 60). Durante gli anni della sua direzione, promosse l’acquisto della strumentazione tecnica più avanzata a livello laboratoristico, investendo molti fondi in questo settore e riuscendo ad ottenere cospicui finanziamenti da enti pubblici e privati, quali, ad esempio, INAIL e Montecatini (60).Dopo la sua nomina a direttore, Vigliani si era dovuto inizialmente occupare della ricostruzione dell’istituto, che era stato fortemente danneggiato dai bombardamenti alleati del 1943 (60, 70). In quegli anni, insieme all’ingegnere minerario Bruck, brevettò la prima macchina perforatrice per il lavoro in miniera dotata di un sistema aspirazione della polvere lungo il canale assiale del fioretto, utile a ridurre l’esposizione dei minatori alla polvere di silice (70). Terminate le opere di ricostruzione nel 1947, Vigliani intraprese il suo progetto di rinascita scientifica della Clinica, cercando di mettere in atto il primo degli scopi dell’istituto, e cioè quello di “studiare scientificamente le cause delle malattie”, individuandone l’eziopatogenesi (10). In quegli anni, il boom economico aveva dato inizio ad un periodo di grande sviluppo e prosperità per l’Italia, ma aveva portato anche ad un incremento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Molte delle più grandi aziende italiane sorte e sviluppatesi in quel periodo scelsero la Clinica del Lavoro come punto di riferimento per la valutazione dello stato di salute dei propri lavoratori, portando cospicui finanziamenti all’istituto milanese, tali da permettere numerosi investimenti sul piano scientifico (70). Tra queste aziende figurava Montecatini, all’epoca la più grande industria chimica italiana, che aveva la propria sede a Milano. Alla metà degli anni Quaranta, Vigliani fu contattato da Mario Barsotti – responsabile del servizio di medicina del lavoro di Montecatini – per condurre un’analisi su alcuni casi di tumore della vescica che si erano verificati tra i dipendenti di una fabbrica di coloranti azoici di proprietà di Montecatini. Il riscontro di due casi di tumore vescicale in operai addetti alla trasposizione e utilizzazione della benzidina aveva portato a condurre una vasta indagine, in cui furono sottoposti a cistoscopia 203 dipendenti, individuando così 12 carcinomi, 14 papillomi sessili e 5 papillomi peduncolati (5). La ripetizione di cistoscopie a distanza ravvicinata aveva permesso di individuarne precocemente l’evoluzione maligna in alcuni lavoratori, mentre le modifiche nei processi produttivi e l’applicazione rigorosa di tutte le misure preventive aveva portato ad una riduzione della frequenza di queste patologie nei lavoratori. Lo studio permise, in definitiva, di chiarire che la benzidina fosse altrettanto cancerogena quanto la betanaftilamina (10). Barsotti e Vigliani presentarono gli esiti del loro lavoro durante il “Ninth International Congress on Industrial Medicine”, organizzato a Londra nel 1948, primo congresso internazionale di medicina del lavoro dopo la Seconda Guerra Mondiale (6, 60). I grandi risultati in termini scientifici e le importanti ricadute pratiche sulla salute dei lavoratori derivati da questa prima collaborazione, spinsero Montecatini a proporre a Vigliani la creazione di un laboratorio di igiene industriale, all’interno della Clinica del Lavoro di Milano (figura 2). Il laboratorio venne inaugurato nel 1948, anche grazie al supporto economico dell’INAIL, prevedendo fin dalla fondazione la co-presenza al suo interno di personale degli Istituti Clinici di Perfezionamento (ICP, ente ospedaliero che gestiva allora la Clinica del Lavoro), dell’Università degli Studi di Milano e di Montecatini (58).
Figura 2
Clinica del Lavoro: Laboratorio di igiene industriale (1961). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresa
Figure 2 – Clinica del Lavoro: Laboratory of Industrial Hygiene (1961). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresa
Clinica del Lavoro: Laboratorio di igiene industriale (1961). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresaFigure 2 – Clinica del Lavoro: Laboratory of Industrial Hygiene (1961). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresa
Nicola Zurlo e l’igiene industriale italiana
Una volta terminato l’allestimento del laboratorio, era necessario individuare un chimico che lavorasse al suo interno e che coordinasse tutte le attività di ricerca. Questa figura non era semplice da individuare, perché la persona si sarebbe dovuta occupare di igiene industriale, un argomento molto specifico e completamente nuovo in Italia, collaborando strettamente con medici, che spesso conoscevano poco la chimica (66).Dopo diversi tentativi non felici, Vigliani decise di chiedere consiglio a Gino Bozza (1899-1967), da poco tempo divenuto direttore dell’Istituto di Fisica Tecnica del Politecnico di Milano. Bozza propose al direttore della Clinica il nome del giovane chimico Nicola Zurlo (66). Nato a Milano nel 1916, Zurlo (figura 3) si era iscritto alla facoltà di Scienze a 18 anni, ma interruppe gli studi per il biennio di ferma militare obbligatoria, esperienza protratta a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e infelicemente conclusa con una lunga prigionia in Africa. Al termine del conflitto, conseguì la laurea in Chimica Industriale (69). Come ricorda Vigliani stesso, Zurlo venne presentato da Bozza con queste parole: “è un giovane intelligente, amante di cose nuove, buon chimico e molto forte in matematica: prendilo e vedrai che ti troverai bene” (66). In questo modo, Zurlo entrò a fare parte dell’organico della Clinica del Lavoro di Milano, essendo nominato nell’ottobre 1949 a capo del laboratorio di igiene e industriale. Nello stesso periodo, Vigliani nominò Raoul Grisler (1922-2010) come responsabile del vecchio laboratorio analisi dell’istituto, con l’obiettivo di trasformarlo in un moderno laboratorio di biochimica clinica, che svolgesse analisi non solamente per la Clinica del Lavoro, ma anche per tutti gli ospedali milanesi (70). Fin dalla loro nomina, Zurlo e Grisler lavorarono fianco a fianco su alcune tematiche di ricerca condivise e i laboratori che dirigevano beneficiarono reciprocamente di questa collaborazione.
Figura 3
Nicola Zurlo (1916-1990)
Figure 3 - Nicola Zurlo (1916-1990)
Nicola Zurlo (1916-1990)Figure 3 - Nicola Zurlo (1916-1990)In aggiunta a Zurlo, il laboratorio acquisì rapidamente due altri chimici, un fisico e un perito industriale, oltre a un certo numero di tecnici di laboratorio (70). Come già ricordato, parte di questo personale era alle dirette dipendenze di Montecatini, come ad esempio il chimico Luigi Metrico, attivo collaboratore di Zurlo. I primi lavori sviluppati dal nuovo laboratorio furono principalmente sulle intossicazioni da metalli. In particolar modo, agli inizi della sua attività, Zurlo iniziò a focalizzarsi sulla determinazione quantitativa del piombo e del mercurio nell’aria e nei liquidi biologici. Le metodiche messe a punto dal chimico milanese nel 1949 rimasero valide per la loro sensibilità e praticità per oltre un ventennio, fino all’avvento di nuovi sistemi analitici basati essenzialmente su principi fisici (46). In realtà, l’attività dell’igienista industriale non era limitata al solo supporto analitico, ma occorreva lavorare fianco a fianco del medico per la risoluzione di problemi di ordine pratico. Un esempio di questa collaborazione fu l’indagine condotta da Zurlo, insieme al medico Baldi, sul mercurialismo in una nota fabbrica di cappelli di lusso ad Alessandria (3, 4). Le ricerche di Zurlo permisero di comprendere in quali forme il mercurio si fissasse ai peli delle pelli, consentendo di ridurre l’inquinamento da mercurio nell’ambiente di lavoro attraverso la diminuzione della quantità del metallo impiegato per il secretaggio delle pelli. Lo studio di Zurlo e Baldi fu il primo sul mercurialismo cronico ad essere condotto su una così vasta popolazione di operai addetti alla produzione di cappelli. Oltre all’intossicazione da mercurio, in quel periodo vennero sviluppati numerosi studi sul saturnismo (49, 62, 75, 77).Gli igienisti industriali della Clinica del Lavoro di Milano svilupparono anche nuove metodiche per la determinazione della silice negli ambienti di lavoro (37, 47, 74). Un importante intervento fu quello di rendere più semplice e rapida la determinazione della silice libera cristallina nei minerali, senza diminuire la sensibilità e la precisione analitica. In questo modo, fu più veloce valutare i campioni di minerali che provenivano da INAIL in Clinica del Lavoro per essere analizzati. Vennero proposte, inoltre, maschere e altri dispositivi di protezione individuale per evitare o ridurre l’esposizione a polveri, misurandone efficienza e tollerabilità (39, 50, 65, 87). In quel periodo, il gruppo di ricerca guidato da Zurlo iniziò ad analizzare gli effetti sulla salute degli insetticidi organofosforici, che rappresentavano un problema emergente in agricoltura (63, 88). È interessante notare che, durante gli anni Cinquanta, la Clinica del Lavoro condusse anche studi pioneristici sull’inquinamento dell’aria, sviluppando metodi per monitorare fumi e vapori tossici nell’atmosfera (73, 78, 79, 80, 83). Per questa ragione, nel 1955, il Comune di Milano chiese a Vigliani il supporto di Nicola Zurlo nell’organizzazione e nella gestione di un laboratorio per lo studio dell’inquinamento atmosferico, istituito in collaborazione con il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi del capoluogo lombardo (46). La nuova formula concernente la diffusione dei fumi da sorgenti puntiformi in relazione alle condizioni atmosferiche, elaborata da Zurlo in quegli anni, consentì di determinare le aree di inquinamento al suolo in funzione dell’altezza dei camini e della velocità del vento (45).Nello stesso periodo, il laboratorio di biochimica clinica guidato da Grisler condusse studi sulle alterazioni biochimiche riscontrate in lavoratori affetti da silicosi – valutando in modo particolare la funzionalità corticosurrenalica – e lo studio della funzionalità epatica nei lavoratori cronicamente intossicati da tricloroetilene (12, 41, 55, 56, 57).A partire dagli anni Sessanta, il laboratorio di igiene industriale si espanse maggiormente. La CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) e l’INAIL offrirono cospicui fondi per lo studio delle pneumoconiosi e per la loro prevenzione. Grazie a questi fondi, il laboratorio fu in grado di acquistare un microscopio elettronico “Siemens Elmiskop I”, il primo di tutta l’Università degli Studi di Milano (60). Nel 1965, la Clinica del Lavoro siglò un accordo con l’INAM (“Istituto Nazionale di Assicurazione contro le Malattie”), la principale cassa mutua italiana in quel periodo, garantendo che tutte le analisi di laboratorio dei suoi mutuati milanesi fossero effettuate dal laboratorio analisi della Clinica del Lavoro (58, 70). L’accordo era stato promosso da Angelo Capellini – consulente medico dell’INAM e stretto collaboratore di Vigliani in Clinica – e prevedeva inizialmente che le analisi di laboratorio fossero condotte su circa 200 pazienti al giorno, che salirono rapidamente a 400, raggiungendo oltre 400.000 pazienti all’anno alla fine degli anni Sessanta (70). Le nuove entrate consentirono un ampiamento e ammodernamento del laboratorio analisi di Grisler, che si spostò sopra l’aula magna della Clinica, ma anche nuovi fondi per le ricerche di Zurlo. Nel frattempo, nel 1963, il laboratorio di igiene industriale si era trasferito al secondo piano di una nuova struttura, esclusivamente dedicata alla ricerca, costruita accanto al vecchio edificio della Clinica del 1910 (figura 4). Il nuovo padiglione – inizialmente denominato FEAL dal nome della ditta costruttrice e successivamente intitolato a Enrico Vigliani – era stato finanziato con fondi del Comune di Milano e di privati (Conte Fossati-Bellani), oltre che con donazioni dei medici della Clinica del Lavoro (70). È utile ricordare che in quegli anni al secondo piano del nuovo padiglione era dedicato al laboratorio di immunologia di Pernis, mentre il terzo piano, oltre al laboratorio di istologia (Saffiotti e Chiappino) e al laboratorio di citologia e citogenetica (Forni), era presente uno stabulario con oltre un migliaio di animali di laboratorio.
Figura 4
Clinica del Lavoro: Edificio FEAL, ora Padiglione Vigliani (1963)
Figure 4 - Clinica del Lavoro: Building FEAL, now Pavillon Vigliani (1963)
Clinica del Lavoro: Edificio FEAL, ora Padiglione Vigliani (1963)Figure 4 - Clinica del Lavoro: Building FEAL, now Pavillon Vigliani (1963)Le risorse economiche permisero l’inserimento in organico di nuovo personale, composto da chimici, ingegneri, tecnici e medici. Tra i nomi di quegli anni possiamo ricordare i chimici Mario Patroni, Carlo Sala, i medici Vito Foà, Lorenzo Alessio e Angelo M. Cirla e il fisico Francesca Andreoletti (70). Occorre, inoltre, menzionare il mineralogista Enea Occella (1928-2011), consulente del Politecnico di Torino e il chimico Gianfranco Peruzzo (1938-2019). Quest'ultimo giunse in Clinica nel 1966 come allievo del premio Nobel per la chimica Giulio Natta (1903-1979) con il compito di realizzare dei polimeri che, se inalati come spray, fossero in grado di proteggere i lavoratori dalla silicosi.Il laboratorio fu rifornito di nuove e moderne apparecchiature, quali, ad esempio, il diffrattometro a raggi X per l’analisi della struttura dei cristalli nelle polveri e nelle fibre, gascromatografi con rilevatore a ionizzazione di fiamma (FID) e con rilevatore a cattura di elettrone (ECD) per l’analisi dei composti organici volatili nei campioni d’aria, spettrometri ad assorbimento atomico per la determinazione dei metalli nei campioni biologici e ambientali e microscopi a contrasto di fase per l’analisi di particelle di silice, fibre di amianto e fibre di vetro (58). In ambito di strumentazione scientifica, anche la stessa Clinica del Lavoro offrì dei contributi importanti. Nel 1957 Zurlo sviluppò un classificatore eolico in grado di separare le polveri minerali aerodisperse in sei classi granulometriche (79). Al principio degli anni Sessanta, il ricercatore milanese brevettò una pompa a clessidra portatile per misurare la concentrazione di polveri atmosferiche, conosciuta in tutto il mondo con il nome di “pompa Zurlo”. Questo apparecchio, permettendo di eseguire il campionamento nelle immediate vicinanze dell’ingresso delle vie aeree degli operatori, consentiva una migliore valutazione dell’esposizione professionale, rispetto agli strumenti fino a quel momento disponibili (46).In questo clima di grande vivacità scientifica e buona disponibilità di fondi, i diversi gruppi di ricerca del laboratorio di igiene industriale di Nicola Zurlo promossero numerosi studi di tossicologia industriale e ambientale. Molti di questi studi furono commissionati da Montecatini per studiare le condizioni lavorative all’interno di proprie aziende. Ne sono un esempio le ricerche condotte sul rischio di contaminazione ambientale (vigneti) da fluorite nel territorio attorno ad una industria di Bolzano che estraeva alluminio oppure gli studi sul nitrotoluene e il rischio di comparsa della cosiddetta “malattia del lunedì (“Monday disease”) in una azienda di nitroglicerina di Montecatini a Orbetello (58). In quel periodo, i ricercatori milanesi produssero numerose pubblicazioni anche sul saturnismo (8, 17, 40
85), sulle pneumoconiosi (16, 28, 33, 52) e su numerosi tossici nei luoghi di lavoro (1, 11, 22, 31, 34, 64) e nell’aria ambiente (81, 84, 86).Il contributo di Nicola Zurlo non si limitò solamente agli studi scientifici, ma, pienamente consapevole del fatto che il laboratorio milanese era il primo esempio di centro di igiene industriale in Italia, cercò di promuovere a livello del contesto nazionale un dibattito intorno a questa nuova disciplina. Risalgono sempre agli anni Sessanta alcuni articoli sulla figura e sui compiti dell’igienista industriale in Italia e sui problemi che la disciplina doveva affrontare in quegli anni. Zurlo introdusse un approccio particolare e innovativo al problema dell’igiene industriale nelle fabbriche, sviluppando interventi concordati direttamente con i lavoratori e con i loro rappresentanti sindacali nelle assemblee di fabbrica. Non era infrequente vedere Zurlo e i suoi collaboratori parlare con gli operai delle fabbriche nelle quali stavano conducendo i loro studi. Questo approccio permetteva una partecipazione più diretta dei lavoratori alle ricerche degli igienisti industriali e una maggiore comprensione dei risultati dei loro studi. Il vantaggio era reciproco, perché i ricercatori potevano beneficiare delle informazioni sui cicli produttivi fornite dai lavoratori stessi e dai loro rappresentanti, individuando in questo modo le criticità e promuovendo soluzioni condivise riguardo ai problemi emersi. Questa metodica risultò vincente anche negli anni successivi, quando la contestazione politica e sindacale degli anni Settanta spinse ad una maggiore partecipazione dei lavoratori nei processi decisionali in diversi ambiti, incluso quello della sicurezza nei luoghi di lavoro. Un’altra innovazione importante portata avanti da Zurlo e dai suoi collaboratori fu legata alla possibilità di poter analizzare direttamente nei luoghi di lavoro i campioni appena raccolti, attraverso unità mobili di laboratorio collocati in piccoli furgoni, messi ancora una volta a disposizione da Montecatini e da altre aziende private (figura 5).
Figura 5
Clinica del lavoro: laboratorio di igiene industriale, unità mobile: prelievo dell’aria all’interno di una fabbrica (1962). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresa
Figure 5 - Clinica del Lavoro: Laboratory of Industrial Hygiene, mobile unit: air sampling in a factory (1962). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresa
Clinica del lavoro: laboratorio di igiene industriale, unità mobile: prelievo dell’aria all’interno di una fabbrica (1962). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresaFigure 5 - Clinica del Lavoro: Laboratory of Industrial Hygiene, mobile unit: air sampling in a factory (1962). Archivio Edison, presso il Centro per la cultura d’impresaIl glorioso periodo dell’igiene industriale e della tossicologia a Milano raggiunse il suo picco nel 1969, quando Zurlo fondò, insieme a Enrico Vigliani, l’Associazione Italiana Degli Igienisti Industriali (AIDII), prima associazione italiana composta da questi nuovi professionisti (58). Per i propri meriti scientifici e didattici, nel 1964 Nicola Zurlo ottenne l’unica libera docenza in igiene industriale che fu mai data in Italia (66, 69). Egli era, infatti, in grado di capire rapidamente cosa volevano da lui i medici e di spiegare ad essi in modo facilmente comprensibile i processi della chimica industriale che potevano dar luogo ad intossicazioni (69). Gliinteressi di Zurlo non erano limitati solamente alla parte analitica dell’igiene industriale, ma, come abbiamo già visto, a tutti i campi della disciplina: inquinamento atmosferico, contaminazione delle acque, controllo della rumorosità e prevenzione del danno uditivo, valutazione delle condizioni microclimatiche, condizionamento e ventilazione degli ambienti di lavoro, studio del comportamento dei gas e dei particolati all’interno dei fluidi. Usando le stesse parole di Vigliani, che condivise con lui trent’anni di ricerche, si può riassumere la figura di Nicola Zurlo in poche parole: “egli è stato il creatore della moderna igiene industriale in Italia” (66).
Gianmario Cavagna e la tossicologia occupazionale a Milano
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, all’interno della Clinica del Lavoro operava anche Gianmario Cavagna (Figura 6), uno dei primi tossicologi occupazionali. Laureatosi in medicina e chirurgia nell’Università degli Studi di Milano, aveva inizialmente frequentato l’Istituto di Patologia Medica, diretto da Guido Melli (1900-1985), conseguendo il diploma di specializzazione in Cardiologia. In seguito, si era avvicinato alla medicina del lavoro, iniziando a frequentare la Clinica alla metà degli anni Cinquanta (68). In pochi anni si fece notare, oltre che per le sue doti di ricercatore, anche per la passione e per il profondo interesse che dimostrava nei confronti della disciplina. Assistente in Clinica dal 1961, aveva poi conseguito la libera docenza in medicina del lavoro nell’anno accademico 1963-1964. Nei suoi anni di attività nell’istituto milanese, Cavagna si occupò di studi sugli effetti del disolfuro di carbonio e di altre sostanze tossiche a livello dell’organismo umano (14, 46, 50), sulle patologie da insetticidi organofosforici e, in particolare, da dichlorvos (18, 24, 26, 27, 29) e sulla patogenesi delle malattie correlate all’esposizione a nitroglicole (7, 25, 44, 48, 72, 82). Queste ultime indagini, condotte sugli operai dei dinamitifici, hanno permesso di mettere in evidenza come il nitroglicole interferisca con il metabolismo delle catecolamine e con l’attività simpatico-adrenergica, fornendo una possibile spiegazione della patogenesi della morte improvvisa del lunedì registrata in questi operai. Insieme a Benvenuto Pernis e ad altri ricercatori, scoprì che la causa della febbre da inalazione di fumi metallici e da inalazione di teflon era legata alla liberazione del pirogeno endogeno dai granulociti che avevano fagocitato le particelle dei fumi (20, 21, 51, 53, 71)
Figura 6
Gianmario Cavagna (1931-1970)
Figure 6 - Gianmario Cavagna (1931-1970)
Gianmario Cavagna (1931-1970)Figure 6 - Gianmario Cavagna (1931-1970)Cavagna offrì un contributo importante allo studio delle patologie da inalazione di polveri vegetali, meritevole di essere ricordato con un maggiore approfondimento in questa sede. In quegli anni la eziopatogenesi della bissinosi era ancora controversa. Vi era chi sosteneva che la malattia fosse causata dall’azione irritante delle proteine della polvere di cotone a livello alveolare, mentre altri ritenevano che l’istamina fosse la principale responsabile della sintomatologia (13, 19, 67). Nel 1954, Vigliani ancora affermava: “Il giudizio sulla eziologia delle manifestazioni respiratorie professionali dei cotonieri è molto difficile […] È necessario […] far progredire le nostre conoscenze nel campo dell’azione delle polveri vegetali […]” (76). Dal momento che parte della sintomatologia dei lavoratori colpiti da queste patologie aveva caratteristiche comuni con gli effetti delle endotossine di batteri Gram-negativi, si iniziò a presumere che la presenza di endotossine nel cotone industriale fosse all’origine di queste patologie. Nel contempo, all’interno dei laboratori della Clinica del Lavoro di Milano, Vito Foà e Carla Antonini dimostrarono con un metodo originale la presenza di endotossine nell’atmosfera di una carderia di cotone (35). Inizialmente però, il lungo periodo di esposizione (fino a dieci anni) necessario per osservare la comparsa della sintomatologia non sembrava compatibile con un ruolo delle endotossine nella patogenesi della bissinosi. Cavagna, Vigliani e altri ricercatori milanesi ipotizzarono che l’inalazione prolungata e continua di piccole quantità di endotossine fosse in grado di sensibilizzare immunologicamente i lavoratori (54). Per validare questa teoria, era necessario verificare se ripetute esposizioni all’inalazione di endotossine in uomo e animali producessero modifiche cliniche e anatomopatologiche simili a quelle della bissinosi. Sottoponendo alcuni soggetti sani a inalazioni di aerosol contenenti endotossine purificate, Cavagna e Foà osservarono a livello spirometrico una riduzione del FEV1 e della compliance polmonare del tutto sovrapponibili a quelle riscontrate a livello dei lavoratori nei primi stadi della malattia (23, 36). Inoltre, esami anatomopatologici condotti su conigli che avevano inalato endotossine avevano evidenziato un quadro compatibile con bronchite e bronchiolite, simile a quello della bissinosi (23). Nel 1969 Cavagna pubblicò una revisione degli studi sulla patogenesi della bissinosi, concludendo che “i dati sperimentali finora raccolti rendono accettabile l’idea che le endotossine batteriche […] siano comprese tra i possibili agenti causali della bissinosi”, ma nel contempo affermando che “ulteriori progressi devono essere compiuti prima di ritenere dimostrato l’intervento di queste sostanze nella patogenesi della malattia” (15).I risultati di tutti questi studi resero Cavagna noto sia in ambito nazionale che internazionale tanto da essere invitato ad esporre i suoi dati in sedi prestigiose, come i congressi internazionali (New York 1963, Vienna 1966), nonché in riunioni monotematiche internazionali ad Alicante e a Cardiff sulla bissinosi. Nel 1966 conseguì il primo premio al concorso “Bernardino Ramazzini”, bandito dalla città di Carpi per i suoi studi sulle malattie da inalazioni da polveri vegetali.Nonostante le sue brillanti intuizioni in questo campo, Cavagna non fu in grado di proseguire i suoi studi, perché morì prematuramente il 13 luglio 1970 (68). Il ricercatore milanese perse la vita durante un incidente avvenuto nella cabina di esposizione, nel seminterrato, dove si stavano sperimentando gli effetti sull’uomo del dibromotetrafluoroetano (Fluobrene, Halon 2402), sviluppato dalla Montecatini nel 1969 come sostanza estinguente (58). La tragica fine di quello che può essere considerato come uno dei primi grandi tossicologi occupazionali italiani accomuna la sua figura a quella di altri due brillanti ricercatori della Clinica del Lavoro di Milano, Carlo Moreschi (1876-1921) e Pier Diego Siccardi (1880-1917), allievi di Luigi Devoto, entrambi morti durante l’attività clinica e di ricerca (59, 61). Per ricordare la figura di Gianmario Cavagna si possono utilizzare le stesse parole usate dal patologo Alberto Ascoli (1877-1957) nella sua commemorazione di Moreschi: “Et multo maiora fecisset diutius si vixisset” (“E molto di più avrebbe fatto, se avesse vissuto più a lungo”) (2).
Conclusioni
La morte di Cavagna coincise con l’inizio di un periodo di difficoltà per la Clinica del Lavoro di Milano. La contestazione studentesca e operaia degli anni Settanta colpì direttamente la direzione di Enrico Vigliani, che fu costretto ad allontanarsi per un periodo di qualche anno dalla Clinica del Lavoro, recandosi a condurre alcuni studi all’estero (60, 70). In quegli stessi anni, l’attività scientifica del laboratorio di Zurlo rallentò, pur mantenendo gli stessi livelli di qualità della ricerca. I lavoratori del laboratorio che erano alle dipendenze di Montecatini – nel frattempo diventata Montedison – vennero trasferiti in altre sedi o decisero autonomamente di spostarsi in altre società. Questa situazione di stallo perdurò fino alla fine degli anni Settanta, quando, a seguito del pensionamento di Vigliani (1977) e di Zurlo (1979), la responsabilità del laboratorio di igiene e tossicologia industriale venne affidata a Vito Foà, che riorganizzò le attività. Il laboratorio, che poteva contare su vecchi e nuovi collaboratori come Gianfranco Peruzzo, Mario Patroni, Francesca Andreoletti, Marina Buratti, Marco Maroni (1949–2006) e Antonio Colombi, riprese ad occuparsi più sistematicamente di quelle che erano le principali tematiche di ricerca a livello internazionale (58).Non è possibile in questo contesto dedicare ulteriore spazio al racconto di questa nuova fase della vita del laboratorio di igiene industriale della Clinica del Lavoro, per il cui approfondimento si rimanda ancora una volta a specifiche pubblicazioni sull’argomento (58). Le figure di Enrico Vigliani, Nicola Zurlo e Gianmario Cavagna e la descrizione del loro contributo alla nascita della moderna igiene industriale e tossicologia occupazionale ci hanno permesso di analizzare sotto una diversa prospettiva il periodo che intercorre tra il 1948 e il 1970, ovvero gli anni dello sviluppo di questa nuova disciplina. In questo ambito, come già ricordato, la Clinica del Lavoro di Milano giocò un ruolo importante a livello internazionale e fu un modello per diversi istituti e centri di ricerca italiani e stranieri.Il presente lavoro è stato inoltre l’occasione per ricordare questi tre grandi protagonisti della medicina del lavoro italiana e, in particolar modo, per commemorare le figure di Zurlo e Cavagna, che negli ultimi anni non sono state adeguatamente approfondite e studiate dalla ricerca storiografica.È possibile rivivere il clima di quegli anni di grande sviluppo della medicina del lavoro italiana attraverso un filmato dal titolo “Difendiamo il lavoro”, prodotto da Montecatini nel 1962 con la regia del documentarista milanese Ubaldo Magnaghi (1903-1979), recentemente restaurato dal “Archivio Nazionale Cinema di Impresa” di Ivrea, al cui interno sono presenti numerose sequenze riprese nei laboratori della Clinica del Lavoro di Milano (30, 38).Gli autori non hanno dichiarato alcun potenziale conflitto di interesse in relazione alle materie trattate nell’articolo